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Questa (non) è l’ennesima storia di chi ha lasciato il posto fisso per fare il nomade digitale

Un contratto a tempo indeterminato lasciato per inseguire la felicità a bordo di un Van.

Questa non è la mia storia.

Siamo letteralmente bombardati da post di questo tipo. Persone che hanno lasciato il posto fisso e ora sono finalmente felici. Persone che hanno lasciato la propria casa, il proprio lavoro, talvolta anche la propria famiglia per vivere in un casa con le ruote.

Pensi davvero sia il posto fisso a rendere infelici le persone?

Sono in Smart Working, per scelta, da ben prima che andasse di moda. Ho fatto persino l’università in modalità “smart”. Nel senso che frequentavo pochissime lezioni e preferivo studiare in silenzio a casa, gestendo al meglio il tempo in base alle mie esigenze. Quando ho iniziato a lavorare per me è stato naturale prendere la strada della partita iva.

Non ho mai avuto il sogno del posto fisso

In realtà chi mi conosce sa che fuggo da tutte quelle situazioni che mi fanno sentire immobile. Insomma, non voglio mettere radici perché non sono un albero.

Sono una no-matrimonio, no-posto fisso, no-immobilità.

Ecco, immobilità.

A rendere infelici le persone, a mio parere, non è il concetto di posto fisso in sé ma quella sensazione di essere arrivati che porta poi ad una immobilità. Come se il posto fisso (o il matrimonio nella vita privata) fosse visto come un punto di arrivo e non uno di partenza.

Il lavoro da freelance è diverso, è fatto di sfide.

È necessario continuare ad evolvere, c’è bisogno di investire per crescere. Ed eccolo lì, quel brivido di incertezza che mi rende felice e probabilmente piace anche ai “nomadi digitali”.

Oggi sono qui, domani lì. Oppure resto, ma solo perché è quello che voglio in questo momento.

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Il VERO smart working

Come accennato precedentemente, lavoro in smart working da quando ancora non era una “moda”. Ho iniziato nel 2015, subito dopo la laurea, ricavando un “ufficio” all’interno di casa dei miei. Ora vivo sola e ho scelto una casa che avesse come requisito la presenza di una stanzetta per ricreare il mio ambiente di lavoro.

Quando si parla di smart working non si dovrebbe pensare semplicemente ad una scrivania da remoto o a “lavorare con vista” ma ad un concetto diverso nella gestione del tempo. Ottimizzo gli orari di lavoro, cerco di utilizzare i momenti in cui sono più concentrata e faccio in modo di non stare per forza otto ore incollata alla scrivania. Esco, vedo persone, faccio public relation, visito mostre e musei, vado al cinema anche di pomeriggio. Insomma, stimolo la mia creatività e la mia mente.

Insomma, il problema del “posto fisso” che rende infelice è sicuramente dato dalla gestione del tempo ma anche dall’adagiarsi.

Il lavoro da remoto, in questi ultimi due anni, è diventata un’esigenza. Per motivi di sicurezza dove è stato possibile è stato chiesto alle persone di lavorare da casa. Quello che è stato fatto però è stato trasferire l’ufficio nel proprio salotto, lavorando a volte più ore di prima. Di smart non ha proprio nulla.

Ed ecco infatti che, oltre a lavorare per più ore arriva l’alienazione. Mancanza di contatti.

La domanda che mi viene fatta regolarmente è: “non ti manca il contatto con i colleghi?”.

No, non mi mancano i miei colleghi.

Non perché io sia asociale ma perché le occasioni di socialità con colleghi e non, le ricavo nella quotidianità in altro modo. Uscendo, scambiando due chiacchiere con il barista che mi tiene da parte la treccina alle mele, con la vicina che porta a spasso il volpino o con il postino che mi racconta della figlia che fa danza classica.

Nomade digitale: siamo sicuri abbia solo vantaggi?

C’è una cosa che poche persone sanno di me; nel mio armadio ci sono sempre due trolley pronti. Questo perché sogno che qualcuno, prima o poi, mi citofoni dicendo “prendi la valigia, ti porto in un posto bello”. Per ora quella persona sono io che mi dico da sola all’improvviso che domani partirò. Mi basta un PC e una connessione stabile per fare il mio lavoro, questo significa che posso farlo davvero da qualsiasi luogo.

Capisco che possa essere vista come una magia mettere un PC nello zaino e partire ma tieni in considerazione alcuni aspetti:

Gli alberghi, i camper o qualsiasi altra struttura non sono gratuiti. C’è un costo che devi considerare che va ad aggiungersi all’affitto o alla rata del mutuo. A meno che tu non sia un influencer è difficile che le strutture ti ospitino gratis.

Gli spostamenti vanno organizzati considerando gli imprevisti. Hai anche dei turni per call o presenza in redazione come capita a me? Devi muoverti con largo anticipo, tenendo in considerazione gli orari. Le strutture, anche quelle che ospitano smart worker, fanno check in ad orari strampalati come le 2 del pomeriggio. Questo significa che dovrai lavorare con un PC in situazioni improvvisate come un bar, il sedile della tua auto. Oppure ti potrà capitare (e lo dico perché a me è successo e non lo avevo messo in conto) di dover lavorare dal caos di un autogrill a causa di un incidente in autostrada che ti ha bloccato il ritorno a casa in tempo.

Lavori con l’estero? O ti sposti all’estero? Tieni in considerazione del fuso orario. Sembrerà banale ma coordinarsi a quel punto può diventare un problema.

Necessità di maggiori sicurezze. Imprescindibile, se vuoi fare il nomade digitale con responsabilità, avere spese in più come un’assicurazione medica, un fondo pensione e gestire al meglio i risparmi.

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I vantaggi di lavorare in smart e poter fare il nomade digitale

Se hai una buona gestione dei soldi, riesci a risparmiare e avere una curva controllata di entrate ed uscite, fare il nomade digitale diventa un piacere. Soprattutto se il tuo lavoro ti permette davvero di lavorare in tutte le parti del mondo. Cerca però di tenere in considerazione alcune cose, come ad esempio che se vorrai davvero scoprire le località dovrai ridurre un po’ le ore di lavoro, oppure spostare gli orari di attività come ad esempio metterti all’opera la mattina molto presto o la sera molto tardi.

Tra i vantaggi anche potersi vestire come ritieni più comodo e pratico e puoi guadagnare in qualità di vita.

Licenziarsi non (sempre) è la chiave della felicità

Quello che credo sia il punto cruciale è il bisogno di essere felici. La inseguiamo tutta la vita e talvolta incolpiamo sovrastrutture di essere la causa della nostra infelicità. Cerca di fare un’analisi della situazione; chiediti se il lavoro da freelance faccia davvero per te, elabora un business plan o un progetto e solo dopo aver fatto le opportune valutazioni buttati.

Sono una strenua sostenitrice del buttarsi, ma meglio farlo sempre con un paracadute.

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